| Tempo fa, in un incontro con non credenti - racconta Enzo Bianchi
- dopo che il vescovo aveva dichiarato di voler evangelizzare i non credenti,
un signore si alza dicendo che la sola differenza che aveva constatato
fra sé e i suoi amici cristiani era che questi andavano a messa
ed... erano un po’ più amici dei preti! E allora, che senso aveva
rivolgersi a lui perché diventasse cristiano, visto che avrebbe
dovuto cambiare così poco la sua vita? Commenta Bianchi: “Alla fin
fine la chiesa non chiede alla gente di convertirsi, ma solo di andare
a messa la domenica, e di lasciare dipendere la propria formazione da ciò
che il parroco dice, e in particolare di conformarsi alla sua morale sessuale.
Su tutto il resto lascia la massima libertà. Per esempio, avete
mai incontrato un prete che vi abbia invitato acondividere i vostri beni?”.
C’è chi fa un’analisi ancora più radicale. Pietro Scoppola,
storico: “Forse ci sarà meno cattolicesimo e più cristianesimo.
Meno religione sociologica e più religione personale, di scelte
responsabili”. Quanto al rapporto con la politica: “Capisco e apprezzo
la neutralità politica della chiesa, questo in un certo senso è
un progresso. Ma sono in gioco valori di fondo. Se prevale il modello dell’autoritarismo,
del successo, della ricchezza come unico valore di riferimento, c’è
veramente da preoccuparsi. Vedo segni di preoccupazione, ma nel complesso
sento un silenzio assordante”. E ancor più esplicitamente padre
Alex Zanotelli parla di “una chiesa che ormai si è allineata decisamente
sui valori della società, una chiesa che non è più
profetica, non ha più una parola da dire, non ha una sua visione
da prospettare per il futuro: è parte integrante del sistema”. E
suggerisce: “Israele aveva un sogno e l’ha tradito radicalmente. Quando
Gesù ha riproposto quel sogno nella Galilea degli oppressi, ha rilanciato
un movimento alternativo all’impero romano. Anche lì le comunità
hanno tenuto duro per trecento anni, poi c’è stata la svolta. In
continuità abbiamo dovuto riproporre quel sogno perché -
per usare le parole molto belle di Martin Luther King - la chiesa è
chiamata a essere un termostato nella società, e invece quasi sempre
è un termometro. Un termostato per trasformare, cambiare valori,
e invece è un termometro che misura la febbre della società,
lo status sociale. Ecco la grande sfida”.
Ma non c’è solo la vita cristiana, così poco eloquente.
“Siamo indotti a interrogarci se, 40 anni dopo l’indizione del Vaticano
II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza
dell’utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale
e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo
quarantennio”. È il “sogno” che il cardinale di Milano, Carlo Maria
Martini, aveva raccontato intervenendo al Sinodo dei vescovi europei nel
1999. Martini aveva indicato anche i temi su cui “sognava” l’incontro dei
confratelli vescovi: la carenza di ministri ordinati, la donna nella società
e nella chiesa, la partecipazione dei laici, la sessualità, la disciplina
del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le chiese dell’ortodossia,
il rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale.
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Stefano, 27 anni, disegnatore meccanico.
Che cosa pensi della proposta del cardinal Martini?
- Ho l’impressione che la chiesa istituzionale sia un po’ lontana dai
temi che interessano noi
giovani. Il papa si esprime su tanti argomenti... ma poi è costretto
dentro una struttura curiale. Manca una voce collegiale: qualche sprazzo
da parte di singoli è già qualcosa. Forse un concilio potrebbe
aprire una nuova pagina.
Credi che il papa, se avesse una grave malattia, dovrebbe dimettersi?
- Sì, perché non sarebbe all’altezza della sua missione,
o rischierebbe di essere solo un burattino manovrato da altri. Qualche
volta ho il dubbio che lo sia già... Qualche volta, invece, mi sembra
che la sua volontà sia più forte di qualsiasi consiglio dato
da quelli che gli stanno vicino.
Come cattolico fino a che punto ti senti coinvolto nella chiesa istituzionale?
- Sto maturando in questo periodo una coscienza critica riguardo all’istituzione
chiesa, mentre apprezzo il lavoro di tanti parroci che si impegnano allo
spasimo. Peccato che molti di essi si impegnino così tanto anche
a giustificare le pecche e le mancanze della chiesa istituzionale!
Non è che tu sia troppo critico?
- Però a me pare che ci sia un abisso tra la curia romana e
lo spirito che anima la base. Sentivo che uno dei temi del concistoro è
stato che la chiesa torni povera: non solo una chiesa per i poveri, dunque,
ma una chiesa povera. Forse, la differenza sta tutta lì.
Che cosa pensi dunque dei preti e delle suore oggi?
- Sono critico della chiesa istituzionale, ma non confondo preti e
suore con Roma, col Vaticano. Io penso a quelli che ho conosciuto: per
il 90% sono persone semplicissime, che vivono la loro vita al servizio
degli altri. E io già solo per quello li ammiro.
E delle nuove comunità monastiche, come Bose, e associazioni
e movimenti laicali, come Sant’Egidio?
- Bose mi affascina per l’aspetto ecumenico. Se questi movimenti accettano
e cercano di interagire con altre fedi, con persone che di Gesù
sanno poco o nulla, credo che sia una buona cosa, perché danno segnali
di dialogo, che in questo mondo di egoismo e di profitto è una goccia
di vita.
Quali iniziative ritieni prioritarie per la vita della comunità
cristiana?
- L’accoglienza di tutti. La priorità è accogliere il
diverso, e la conseguenza è accettare la persona per quello che
è, ed è una cosa difficilissima perché vuol dire cercare
di non etichettarlo, tirargli fuori il buono che c’è in lui. Penso
alle persone separate o agli extracomunitari.
Come giudichi le iniziative del giubileo dei giovani a Tor Vergata?
- Ho partecipato alla Giornata del 1993 a Denver. È stata un
po’ un’americanata, ma a me le manifestazioni di piazza piacciono, istintivamente.
Ricordo l’attesa del papa durante la veglia: è stata lunga e bella,
era come se aspettassi la parola decisiva per la mia vita - avevo vent’anni
- ma non è stato così. Comunque mi ha dato molta fiducia
vedere tanti giovani che la pensavano come me. Sembra stupido, dato che
si sa che nel mondo ci sono tanti cattolici, però molte volte -
specialmente a scuola - mi sono sentito estraneo, perché di Gesù
non puoi parlare, o meglio non hai il coraggio di parlarne, perché
non interessa a nessuno.
La chiesa della tv e dei media: quali messaggi arrivano al grosso
pubblico?
- Penso che sia giusto che la chiesa sgomiti in questa realtà
mediatica: o fai così o il tuo messaggio arriva a sempre meno gente.
Però, cercando di crearsi uno spazio, forse trasmette delle cose
che spesso vengono manipolate. Anche la chiesa però fa l’errore
di travisare a sua volta il messaggio di piccole realtà al suo interno,
che vogliono far sentire le loro voce, di associazioni che vorrebbero sensibilizzare
la chiesa su certi problemi. La chiesa un po’ è sorda, e un po’
filtra tutto quello che riceve, e rimanda alla gente solo quello che istituzionalmente
va bene, cioè quello che il cattolico medio, piccolo-borghese, vuol
sentirsi dire.
Ilaria, 27 anni, consulente aziendale.
Come cristiana fino a che punto ti senti coinvolta nella chiesa istituzionale
e in quella locale?
- Alla chiesa istituzionale non riesco ad appassionarmi. Associo sempre
il concetto di chiesa e di Gesù a una persona molto umile, che aiuta
i poveri, si accontenta di piccole gioie, di pregare non in piedi, battendosi
il petto, ma in fondo alla chiesa, in ginocchio. La mia immagine di chiesa
è quella. Mi trovo molto di più, allora, nella mia chiesa
locale, dove faccio delle cose per me e per gli altri, qualcuno le capisce,
qualcuno no, ma non importa.
Che cosa?
- Ho iniziato a radunare proprio su questi temi tutti i venticinquenni
che man mano festeggiavano questo compleanno all’interno della comunità.
Questa iniziativa non è andata a buon fine, perché dopo le
prime due volte mi sono ritrovata a essere io l’unica venticinquenne !
E allora adesso faccio un po’ di canto ai bambini, e poi insegno al parroco
a usare Access... ma questa è un’altra cosa.
E allora che cosa si potrebbe fare per coinvolgere di più
i giovani?
- A livello locale si potrebbe avere un confronto con tutte le culture,
religiose e non. Per capire chi ci sta intorno, senza cercare di convertire
nessuno. E poi - anche nelle riunioni è venuto fuori - la morale
sessuale è la principale causa dell’allontanamento dei giovani.
Molti dicono: che male c’è? Forse si può anche essere categorici,
ma ci va un aiuto a comprendere.
È sincero l’interessamento ai giovani da parte della chiesa,
e i giovani riescono a capire e ad accogliere questi messaggi?
- Solo in parte, nel senso che i giovani non capiranno e non accoglieranno
mai messaggi che vengono imposti. Quando in una confessione viene detto
al giovane: no, perché hai sbagliato, no, deve essere così...
il giovane tende a scappare. Capisco che la chiesa debba dare delle regole,
ma l’imposizione fa scappare la gente. Bisogna cercare di capire perché
i giovani la pensano così, e convincerli con motivazioni più
aderenti alla loro vita che le cose devono essere fatte in un certo modo.
Perché per esempio bisogna onorare il padre e la madre, mentre spesso
il giovane li sente ostili?
La chiesa in tv e nei media: troppo presente, troppo superficiale?
- Non saprei rispondere perché la guardo talmente poco... giusto
il telegiornale. A parte la stampa cattolica, sui giornali non vedo che
ci sia tutto questo risalto a tematiche della chiesa cattolica, che non
esulino da fatti di cronaca, tipo cardinale condannato per usura o viaggi
del papa. Quello che trovo fatto bene, invece, sono certe rubriche di informazione
televisive in cui si parla anche delle altre fedi, non solo quella cristiana.
Cosa pensi dei preti e delle suore oggi?
- Li ammiro. Soprattutto le suore... Non riuscirei a vedermi senza
almeno l’idea o il tentativo di creare una famiglia, l’obbligo del celibato
per me sarebbe uno sforzo grandissimo. Ammiro quelli che sono impegnati
nel quotidiano, in parrocchia, nel volontariato, negli ospedali, tra gli
handicappati, i giovani. Perché donano la loro vita a servizio degli
altri. Per me Madre Teresa di Calcutta è l’ideale. Mentre non riesco
a capire fino in fondo le suore di clausura, non ne vedo l’“utilità”:
come si può stare la vita intera solo a meditare sulla Parola di
Dio?
Che cosa caratterizza la vita del cristiano?
- Una vita d’amore. Ho l’immagine del cristiano come di una persona
felice. Se uno riuscisse a
tradurla in pratica... Faccio un esempio: è difficilissimo porgere
l’altra guancia sul posto di lavoro a quello che è andato dal capo
a dire delle cattiverie su di me. Eppure quanto è più bello
andare dal capo a chiarire, cercare di recuperare con calma quello che
altri hanno causato con la malvagità. Andare nel garage a tagliargli
le gomme è più facile... Ma la vittoria della gioia sull’odio
è una cosa grandissima, che dà una carica senza paragoni.
a cura di Antonello Ronca |