TEODICEA (9)
Dio ha giocato "anche" a dadi

Dopo la lunga pausa estiva, riprendendo l’argomento della teodicea, facciamo il punto della situazione. La tesi centrale e portante rimane il non-intervento di Dio a livello molecolare-energetico, a livello di massa-energia nella storia del cosmo e del mondo. L’opera e l’azione di Dio si situano a livello spirituale/informazionale. Tale nella creazione, poi nel rapporto libero e spirituale (di grazia) con l’uomo, quindi nella riconfigurazione vitale escatologica (dopo la morte). Prescindendo o ad eccezione dell’incarnazione: detto in altre parole, per poter agire a livello materiale e corporeo si è incarnato.

Ciò permette di connettere la “creazione” biblico-teologica con l’evoluzione fisica, poi chimica e biologica; la si può intendere come dono o innesco della temporalità/libertà originaria sempre più informatizzabile. Non solo il prodotto finale della creazione è libero (creatura umana libera), ma è libero, contingente e storico lo stesso processo che si snoda attraverso l’emergere della materia dal tessuto spazio-temporale originato da Dio (l’iniziale, unica e singolare vera azione divina, di tipo prettamente spirituale/informazionale), quindi il big bang, la formazione delle stelle, la nascita del sistema solare, la vita sulla Terra. 

Perché questo non sia un processo regolato solo dal caso, dalla probabilità (e dalla selezione cieca, da un arbitrario lancio di dadi, puramente stocastico), occorre ipotizzare almeno due cose, che costituiscono quasi un’endiadi: 1) il secondo principio della complessità, e 2) una concezione idealistica dell’essere, in opposizione al realismo.

Il 2° principio della complessità

È stato chiamato 2° principio non perché ne esista un primo, ma per fare da contraltare al 2° principio della termodinamica. Come c’è un principio tendente al disordine (entropia), degradazione dell’energia, perdita di informazione, perché non dovrebbe esisterne uno tendente all’ordine, auto-organizzazione, integrazione, alta qualità dell’energia, accumulo di informazione, complessità (chiamata da alcuni sintropia)?

Certo mentre il primo è praticamente universale, il secondo ha dei vincoli strettissimi (temperatura da più 100° a -100°, acqua alla stato liquido, sistema caotico, cioè sempre mutevole sui tempi lunghi).

Abbiamo quindi un’azione mirata, un’azione “direzionale” (che va da A a B sotto pressione selettiva, ma non ha in mente Z, cioè l’uomo come prodotto finale), perché l’intenzionalità e il finalismo presuppongono la coscienza, mentre prima dell’avvento degli animali/uomini abbiamo sì una memoria (Dna) ma non cosciente, un linguaggio (Dna) sempre non cosciente: in breve, una logica non cosciente. Per avere queste cose non è necessaria la coscienza!

Si può definire la vita come “in-formazione” e “riconoscimento”: più precisamente come la corrispondenza biunivoca fra polinucleotidi (Rna, Dna; aspetto dell’informazione) e polipeptidi (proteine, enzimi; aspetto del metabolismo cellulare). Almeno a partire dalla prima cellula abbiamo perciò una logica (la cellula ha una sua “intelligenza”), e il metabolismo come prima forma di libertà. Non si tratta quindi soltanto di caso, perché l’evoluzione, data la suddetta logica/libertà/riconoscimento, è insieme probabilistica e direzionale, con moltissimi tentativi, la maggioranza dei quali senza esito, ma con una o più linee vincenti.

Gli organismi viventi sono strutture dipendenti dall’ambiente, caratterizzati da un continuo scambio di materia-energia tra il sistema vitale e l’ambiente; quando l’energia raggiunge un buon livello e un alto grado di qualità, abbiamo “informazione”, ovviamente già a livello bio-chimico, in genere codificata nella struttura molecolare. L’informazione è informazione (categoria e paradigma centrale sia della biologia che della nostra impostazione), quindi non è in senso stretto né materia, né energia, anche se ha bisogno del supporto molecolare e del veicolo energetico.

La natura non è una roccia

Il realismo filosofico è quella dottrina/interpretazione dell’essere che intende ogni ente come una cosa semplicemente materiale. In parole povere l’essere è concepito come una roccia che, a parte il caso assolutamente eccezionale e isolato dell’uomo, non ha nulla che abbia anche il lontano sentore dell’io, della logica, dell’intelligenza e della libertà; molti scienziati, spesso in maniera inconsapevole, hanno questo realismo alle spalle, per cui vedono l’evoluzione come un processo regolato solo dal caso e dalla selezione.

Invece, già a partire da Leibniz per arrivare a Schelling, ogni ente è concepito come rappresentante, perché l’essere e la natura sono “egoici”, cioè partecipano di un “io” non cosciente: soprattutto la natura è una potenza per sé sussistente, non qualcosa di morto, ma di vivente; è libertà ancora chiusa in sé, non dispiegata.

Ne consegue che in tale ambito la natura, con le sole sue forze, è in grado di produrre l’evoluzione. Quest’ultima viene vista come una informatizzazione crescente, quindi può benissimo essere pensata come una continua “creazione” (creatio continua), con cui però Dio non ha più nulla a che fare materialmente ed energeticamente (come causa efficiente). L’io, la libertà e il riconoscimento sono già rintracciati nella natura secondo determinate forme primordiali. Questo è il concetto idealistico dell’essere, che si sviluppa non per istinto e impulso cieco, bensì guidato e determinato dalla rappresentazione, dall’informazione, e dalla logica non cosciente.

È quanto mai opportuno non parlare di causa finale (se non in mente Dei), mentre è bene sottolineare la “teleonomia”, ossia la pianificazione e i programmi del codice genetico, in pratica la causa formale di Aristotele. Infatti le particelle della teoria-standard e le quattro forze fondamentali della fisica non sono sostanzialmente diverse, rispettivamente, dalla causa materiale e dalla causa efficiente dello Stagirita. E poiché le strutture in biologia vengono costruite secondo un piano che non è spiegato dalla causalità newtoniana, tale piano è analogo, se non omologo, alla causa formale del filosofo greco. Tale evoluzione però non va intesa come una progressione continua e graduale, bensì essa procede per salti con lunghi periodi di stasi (teoria degli equilibri punteggiati di S.J. Gould, recentemente scomparso).

Per almeno due miliardi di anni hanno scorrazzato per la terra solo batteri (organismi unicellulari procarioti; e per circa un altro miliardo di anni solo singole cellule eucariote); “solamente” 600 milioni di anni fa le singole cellule (per rispondere all’informazione mutata proveniente dall’ambiente) si sono messe insieme (cooperando!) per formare gli organismi pluricellulari: si è avuta così circa 550 milioni di anni fa la cosiddetta esplosione del Cambriano, in cui sono partiti tutti i principali tipi (phila, piani/schemi corporei) che hanno portato agli attuali organismi viventi.

È molto istruttivo ciò che è avvenuto recentemente nelle “darwiniane” Galapagos: nel giro di 20 anni le iguane si sono rimpicciolite a causa della scarsità di cibo, dovuta a un cambiamento della temperatura; ciò significa che si sono modificate le parti ossee e i tessuti, con significative variazioni del genoma, non dovute a mutazioni casuali e relativa selezione darwiniana che richiederebbero dei tempi molto più lunghi. È evidente che il genoma delle iguane ha reagito all’informazione decisamente modificata proveniente dall’ambiente pescando nel proprio repertorio ultra-ridondante: nell’uomo più del 90% del patrimonio genetico risulta inutilizzato (brutalmente, il cosiddetto Dna “spazzatura”). Nella nostra impostazione la causalità viene unificata con l’informazione, e viene pensata come trasmissione della medesima, volta a trovare una soluzione con una certa logica e una certa direzionalità mirata: la modifica non era per nulla programmata da lungo tempo, ma all’occorrenza è stato ri-programmato il software.

Il processo evolutivo quindi non è tutto all’insegna della casualità, anche se non vi è alcuna programmazione da antica data; la logica, la teleonomia e la libertà suddette permettono di escludere gli interventi diretti in medias res da parte della divinità.

Nulla è sprecato

Data quindi un’evoluzione libera, dato il 2° principio della complessità, data la suddetta logica teleonomica che nelle condizioni adeguate ci prova a informatizzare sempre di più, quello che appare uno spreco, sia in termini di spazio che di tempo, forse acquisisce una luce nuova: per avere probabilità 1 (ossia il 100%) circa l’avvento della vita intelligente, occorrono miliardi di miliardi di miliardi di galassie, come ad es. la nostra Via Lattea coi suoi 400 miliardi di stelle circa, e relativi pianeti. E in termini temporali ci vogliono almeno 5 miliardi di anni per l’evoluzione fisica (per avere cioè stelle di seconda generazione come il nostro Sole), perché poi subentri l’evoluzione prima chimica e poi biologica, che richiedono all’incirca lo stesso lasso di tempo: un Dio onnipotente che intervenisse a più riprese avrebbe invece drasticamente ridotto i tempi, e avrebbe fatto con molto meno spazio! Certo la vita intelligente e personale avrebbe potuto non svilupparsi sulla Terra, ma in qualche altro pianeta extra-solare; come può darsi che, oltre alla Terra, la vita si sia sviluppata anche su altri pianeti extra-solari.

Non v’è stata quindi nessuna creazione dell’uomo distinta da quella degli animali; anzi non c’è stata nessuna creazione diretta di alcunché da parte di Dio. Dio non ha determinato direttamente né la natura umana, né la situazione (ambiente) in cui si viene a trovare, né lo spazio di libertà in cui si trova a vivere. L’uomo è il risultato di un’evoluzione libera e contingente, che quindi poteva anche andare diversamente: ad es. se si fossero evoluti solo animali erbivori, probabilmente avremmo avuto dei primati meno aggressivi e forse degli esseri umani meno violenti, con una minor tendenza al male. Bisognerebbe quindi evitare del tutto un certo linguaggio creazionistico, del tipo «L’uomo da Dio è stato creato buono, ma poi ha peccato...»: può andare che l’alba dell’uomo sia intrisa di sangue, con un male e un peccato originario (anche se è praticamente impossibile datarli), ma la prima parte della frase non ha alcun senso: primo perché Dio non ha creato direttamente l’uomo, secondo perché una certa tendenza a un inizio di male, non responsabile e non colpevole, si è avuta già nell’evoluzione pre-umana. Si può tutt’al più rimproverare a Dio (come Ivan Karamazov, o chi protesta contro Dio per Auschwitz) di aver deciso il dono originario e di aver innescato un processo dotato, fin dall’inizio, di causalità libera; di essersi cioè affidato al rischio della libertà. Ma a questa obiezione si può tentare di rispondere.

Mauro Pedrazzoli

(continua)


 
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