| Condono ingiusto |
| C’è uno strano, inquietante,
silenzio
presente nel
popolo di Dio come nella società sul condono. Un silenzio
difficile da
interpretare, che può assumere il volto dell’indifferenza. Non
si può
oggi essere indifferenti, fare bizantine distinzioni fuorvianti, tra
condoni “leggeri” o “pesanti”. Il problema è il condono: una
pratica
straordinaria che diventa ordinaria amministrazione di legalizzazione
del furto, della furbizia ai danni dei più deboli, degli onesti
senza
voce in capitolo. Una pratica che sembra voglia concedere potere per
averne di più un domani. Ancora prima che esplodesse
“tangentopoli” i
vescovi italiani, in una nota pastorale titolata «Educare alla
legalità» del 1991, furono molto chiari e profetici:
proprio come Isaia
alzarono la voce per amore di Sion.
Quel loro monito non solo non va taciuto, ma deve essere ripreso urgentemente e riletto per la sua straordinaria attualità. Nella nota pastorale si legge: «Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si possa disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge. Tutto ciò può innestare una generale e pericolosa convinzione che la furbizia viene premiata, che il “fai da te” contro le regoli generali dello Stato può essere considerato pienamente legittimo, che il “possesso” di un bene ottenuto contro la legge è motivo sufficiente per continuare a tenerlo, e che è logico e giusto ratificare il fatto compiuto, indipendentemente dalla sua legale o illegale realizzazione» (p. 13). Silvio Mengotto |