| La vittoria, dov’è? |
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Perché
attaccare la vittoria? C’è forse qui un amore del perdere,
dell’esser vittime? O si pensa solo ad una vittoria nel mondo
spirituale futuro, consegnando alla violenza la vittoria in questo
mondo? Denunciando l’inganno della vittoria, si vuole proporre una
ragione e un diritto senza forza? Niente affatto. La nonviolenza
è forza. La forza costruisce, la violenza distrugge. Nell’opinione dominante, viziata dall’ideologia della violenza, il guadagno del vincitore è il danno del vinto. Nel pensiero e nella strategia della forza nonviolenta, il guadagno è condiviso, magari minore, ma senza danni. E maggiore soprattutto la qualità umana, la soddisfazione, se non la felicità comune. La gestione dei conflitti con la forza umana dei mezzi costruttivi è l’alternativa alla guerra, sia pubblica che privata. Qui si intende smascherare l’inganno e l’illusione della vittoria: tentativo non superfluo, perché nei nostri anni l’idolatria mortale della guerra è tornata con arroganza a guidare i potenti e folli detentori di leve omicide. Chiamano vittoria, quando non precipitano invece nello stesso abisso che hanno aperto, quella che è la massima sconfitta umana: essere nemici, gli uni contro gli altri, perciò senza gli altri, dunque meno umani che mai. Le voci qui
raccolte – oltre ottanta, ordinate per epoche storiche – vanno da
Buddha, alla Bibbia, al Corano, a Erasmo, Kant, Voltaire, Tolstoj,
Simone Weil, naturalmente Gandhi, e tanti scrittori e testimoni molto,
poco, o niente famosi.
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